CICATRICE

Loro guardavano la cicatrice. Guardavano tutti la cicatrice. Il loro sguardo era pesante, persistente, penetrante.
Lo sentiva addosso, lo percepiva. Sentiva i loro commenti e i loro pregiudizi che crocifiggevano la sua dignità.
Scandagliavano ogni centimetro, ogni piega, ogni cellula bruciata. Non aveva nulla di umano, quel dannato sguardo.
La confinava in un mondo di cui aveva paura e di cui non voleva fare parte.
Si vergognava. Oh dèi, se si vergognava.
La odiava, avrebbe voluto prenderla, strapparsela e buttarla via, nasconderla, sotterrarla.
Ma lei era quella cicatrice.
Era un marchio, un simbolo: era tutto ciò che le restava del suo viaggio.
Delle sue lacrime, degli addii, delle mani fredde che la circondavano. Della violenza che aveva dovuto subire, della morte che la circondava, che la soffocava.
Che la indicava e le gridava che era viva, che doveva andare avanti, che ciò che è stato distrutto non sarebbe mai più tornato.
Aveva visto troppo e vissuto troppo poco per comprendere.
Per questo quella cicatrice, quella che a volte ancora bruciava, le avrebbe ricordato che, dopotutto, lei era viva.
Era viva. 

Autore

Gaia Belloni (17 anni)

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