Una cosa sola in una molteplicità

Sguardo. Confini. Noi. Umano. Fuga.

Parole difficili sulle quali riflettere. Credo che chi non le abbia vissute sulla propria pelle non possa identificarsi nella condizione (dis)umana del migrante.

La fuga è una dimensione a me ignota, è un’idea astratta che scorre intorno alla vita. Ma la sua concretezza è ineffabile, non esiste, non può essere nemmeno pienamente pensata. La disperazione che porta a cercarla è un concetto ancor più lontano. Forse l’unica via di fuga è la speranza. Ho sempre pensato, forse a torto, che la speranza più vera e viva, si manifesti solamente nel momento in cui le possibilità che essa si realizzi siano quasi nulle.

Lo sguardo forse è la parola a me più conosciuta, più familiare. È la prima immagine che compare nel proiettore della nostra testa. L’anima si affaccia sul mondo esterno attraverso i nostri occhi e cerca i suoi simili negli occhi degli altri.

Noi siamo noi. Ci apparteniamo. Siamo una cosa sola in una molteplicità di corpi. Non so come ci si possa sentire estranei al destino comune della fine, del nulla, dell’esistenza che ci lega, dell’essere che è e del non essere che non è e di tutte quelle leggi umane e divine e naturali che non possono che accoglierci tutti, ed il noi è inevitabile, è logico, è urgente.

Restano i confini, che fatico ad identificare. Confini come barriere ce ne sono fin troppi, e a volte sono inevitabili e invalicabili.

Non so. Mi sembra tutto così grande e inafferrabile.

Autore

Eugenia Mazzotti (16 anni)