I. 
Ai primi di aprile un piccolo codirosso ha deciso di fare il nido nell’intercapedine tra la finestra e lo scuro in legno del mio studio bolognese. Con intelligenza e istinto ha compreso che è l’unico luogo dove non possono entrare né i gatti né soprattutto le gazze, ormai dittatrici assolute del mondo animale nel nostro giardino. Con tutta la famiglia abbiamo assistito, giorno dopo giorno, alla certosina e per noi emozionante costruzione del nido fino alla deposizione di sei uova tra il verde e l’azzurro e la lunga cova che ha dato la vita a sei piccoli. Crediamo che la mamma sia morta perché qualche giorno fa, dopo un forte temporale, non è più venuta e anche due dei suoi piccoli sono morti. Gli altri quattro li abbiamo portati in casa e messi dentro una scatola di cartone con tutto il nido che è un capolavoro d’ingegneria. Abbiamo provato a tenerli in vita inventandoci un “day hospital” creativo. Il primo giorno bisognava aprirgli il becco per alimentarli con una pinzetta mentre ora non fanno altro che stare con il becco aperto in attesa di cibo. Dormono la notte quando cala il buio e cinguettano con foga quando ci vedono o sentono la nostra presenza. Inoltre fanno la cacca ma sempre fuori dal nido. Cinguettano, mangiano, fanno la cacca e dormono. Esattamente come i bambini. Non tutti riusciranno a sopravvivere purtroppo. Lo sappiamo e per questo Andrea, mio figlio, ha costruito nel giardino un piccolo cimitero degli uccelli dove per ora ha sepolto quelli che, senza mamma e senza cibo, non ce l’hanno fatta. Ognuno ha un nome e una data di nascita e di morte che è ben riportata sulla croce come in qualsiasi camposanto che si rispetti. Chissà se gli altri codirossi, tra qualche giorno, potranno spiccare il volo verso la vita.
II.
Sono a Parigi a pranzo nella Pizzeria Botteli proprio sotto casa, davanti all’arco della Porte Saint Martin. Ordino una napoletana sperando che sia almeno decente e che valga i 15 euro del costo. Mentre sono intento a tagliarla vedo al di là del vetro una famiglia di migranti, una delle tante in questa città, ammassata sotto un platano e coperta con un plaid di colore indefinito. Sono padre e madre con la pelle scura. Con loro due bambini, un maschio e una femmina, forse dell’età di mio figlio Andrea. Guardano dentro la pizzeria. I due bambini riescono a sorridere tra loro, la madre ha uno sguardo assente e il padre ha la morte negli occhi. Mi si chiude lo stomaco e non riesco a mangiare. Penso a quei bambini e al concerto che terremo nel parco della scuola di mio figlio il 27 maggio per poter avere più musica nel mondo dell’infanzia. Rifletto sul fatto che quei bimbi non avranno modo di frequentare una scuola, non conosceranno forse mai il valore della musica e verrà loro negato qualsiasi diritto compreso quello di mangiare quando hanno fame. E penso ai nostri codirossi con il becco perennemente aperto in attesa di cibo. Chiedo il conto e domando al cameriere di avvolgermi la pizza ancora calda per portarla via. Esco e la metto nelle mani del padre dei due bambini aggiungendo una banconota nel bicchiere di carta con scritto ‘Starbucks’ che la madre tiene in mano. Lei ringrazia in un francese quasi perfetto che tradisce solo la sua provenienza africana. Salgo a casa e li osservo dalla finestra come fossero i miei codirossi posti nella scatola di cartone. Solo i due bambini mangiano la pizza visibilmente contenti. Provo fare una foto da lontano e dieci minuti dopo riguardo dalla finestra ma non ci sono più. Andati chissà sotto quale altro platano. Apro il quaderno degli appunti e deposito sul pentagramma la melodia del Requiem di “Human”, lo spettacolo di Marco Baliani e Lella Costa sul tema delle migrazioni nel Mare Nostrum per il quale sto scrivendo le musiche…
III.
Alle sette un Taxi Bleu attende me e Omar Sosa sotto casa. A due metri dal platano che guarda la Pizzeria Botteli. Direzione Gare du Nord per prendere un treno Thalys per la Germania. Eravamo a Parigi per la promozione del nostro EROS e oggi abbiamo un concerto a Colonia in trio con Trilok Gurtu. In stazione entriamo in uno Starbucks per fare colazione. Io ordino un cappuccino imbevibile da 3,50 euro e Omar chiede giusto un bicchiere di acqua calda. Il signore che sta dietro il banco gliene dà uno piccolo e Omar chiede con gentilezza se può averlo più grande. L’altro risponde che non può darglielo. Lo guardo male e chiedo quando costa un bicchiere di acqua calda. Mi dice non è contemplato nella lista dei prodotti. Non dice “non voglio dartelo”, dice “non posso dartelo!”. Anche stavolta vado via senza bere il mio cappuccino ma non so a chi darlo e lo lascio sul tavolo. Intanto penso ai due bambini africani che, con un po’ di fortuna, forse troveranno cibo anche oggi e penso alla madre con un bicchiere sponsorizzato ‘Starbucks’ ma vuoto. E penso anche ai codirossi che domani forse spiccheranno il volo per attraversare quel Mediterraneo libero che è stato la culla dell’intelligenza, della conoscenza e dello scambio. Infine, ormai sul treno dopo avere passato i controlli di sicurezza come in un aeroporto, rifletto su quanti capitoli ognuno di noi dovrà ancora scrivere e fino a quando.

 

Paolo Fresu