Nell’ultima settimana è tornata alla ribalta, ancora una volta, l’idea che una barriera - fisica, materiale, massiccia - possa essere la risposta a una questione internazionale che ha aperto con un impatto straordinario il Terzo Millennio. Solo pochi giorni fa, il governo austriaco ha annunciato la volontà di costruire nel minor tempo possibile una barriera che impedisca il passaggio dei migranti al confine del Brennero. Un muro di 250 metri di lunghezza che ristabilisca un confine geografico che il processo di integrazione europea, con gli accordi di Schengen, aveva abbattuto. 

L’Europa conferma di non essere in grado di dare una risposta univoca all’arrivo dei migranti dal Medio Oriente e dall’Africa: la provocazione dell’Austria ne è una ulteriore prova tangibile. Non si comprende il fatto che, molto probabilmente, se gli stati membri dell’UE unissero le proprie forze in uno sforzo congiunto, questa azione sarebbe di gran lunga superiore a quella messa in campo dalla somma delle azioni dei singoli Stati. È questo il vero traguardo dell’integrazione: è l’integrazione che scaturisce dagli intenti, dalle idee e dalla comunanza di vedute. È giunto il momento di spostare l’accento dall’unione economica e monetaria che, peraltro, stanno contribuendo a fare emergere un sentimento rancoroso nei cittadini. Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo, ieri a Strasburgo ha parlato di cifre, cioè di 20mila “migranti economici” che hanno raggiunto le frontiere europee dall’inizio del 2016. Si tratta di cifre destinate ad aumentare con l’avvicinarsi anche della stagione calda e dunque della ripresa a pieno ritmo degli attraversamenti del Che faremo dunque? Continueremo a costruire muri? Continueremo a tenere sotto sequestro centinaia di donne e uomini nei campi di raccolta, come sta accadendo a Idomeni? Continueremo a non rispettare il diritto alla sopravvivenza di chi vive in condizioni di pericolo?Di questo si tratta: di diritto all’integrità della propria esistenza, a qualsiasi latitudine.
È un punto che ben sta sottolineando il Papa in ogni suo intervento 
sull’argomento (e non sono affatto rari).  Ed è un punto che ha sottolineato ieri anche uno degli uomini più potenti del mondo: Mark Zuckerberg, il ragazzo che ha rivoluzionato il nostro modo di relazionarci gli uni con gli altri. 
Presentando il piano per lo sviluppo strategico di Facebook nei prossimi dieci anni, Zuckerberg ha lanciato un vero e proprio manifesto politico all’interno del quale descrive l’umanità come un’unica comunità globale al cui interno non può esserci spazio per discorsi xenofobi e nazionalisti. È certamente più vicino a Bergoglio che a Trump (che attacca senza timore). Inneggia alla speranza il futuro che vuole tracciare e costruire Mr. Facebook, parla di condivisione e comunanza di intenti, si scaglia contro i nuovi muri che vengono costruiti, immaginati e innalzati. Racconta di battaglie che dovranno essere combattute dalla comunità mondiale nella sua interezza, quella in difesa dell’ambiente e quella che quotidianamente combattono i migranti.

Ci auguriamo che le parole di Zuckerberg possano rappresentare una influenza concreta e determinante su quelle politiche che oggi vanno proprio nella direzione opposta.

Redazione