In tutto il percorso di immaginazione di questa scrittura teatrale che scaturirà nello spettacolo “Human” abbiamo attinto alcuni elementi dalla cronaca: le stragi in mare, i barconi troppo pieni o troppo malridotti che sono affondati, i tentativi di salvataggio in mare aperto, le vittime del mare. Sono stati tutti spunti per immaginare possibili situazioni e immaginare le reazioni possibili che possono emergere nell’incontro con l’Altro. Nello spettacolo “Human” che va via componendosi, c’è un momento che sta prendendo forma e a cui abbiamo dato il titolo di “Pesci e Corpi”. Il punto di vista è quello dell’equipaggio di un peschereccio che, in mare aperto, avvista un barcone in difficoltà. Capitano ed marinai sono persone che vivono il mare, lo vivono per lavoro, lo vivono per sopravvivenza e si trovano ad incontrare l’Altro. L’Altro, in questo caso, è rappresentato da persone che stanno scappando, persone che hanno bisogno di un aiuto immediato e si trovano in una situazione di reale emergenza.

È vero, questa è la condizione. La si potrebbe declinare teatralmente in tanti modi: si può raccontare una cosa utilizzando la prosa classica, facendo comunque rivivere il significato di questo incontro, un incontro fuori dal comune. Lo scopo di questo spettacolo, però, è un altro: è quello di vedere cosa succede dentro alle persone quando la prossimità con l’Altro è così forte, così violenta (pensando all’emergenza), Cosa succede a quelli dentro al barcone? Cosa succede a quelli che sono a due passi e che potrebbero, vorrebbero, non sanno come fare a salvarli e se possono permetterselo? Allora diventa interessante. È interessante andare a mettere il dito nelle pieghe nascoste dell’anima, nelle contraddizioni che viviamo in tutti i frangenti di questo tipo perché, poi, grazie a questa contraddizione il discorso si può allargare a tutte le volte in cui sarebbe necessario uno sguardo compassionevole nei confronti dell’altro e invece non avviene.

Nel corso di questo racconto avviene un contrasto tra la figura del capitano del peschereccio, un uomo che oramai ha raggiunto una certa età e di vita ne ha vista scorrere, e l’equipaggio che è invece composto di ragazzi molto più giovani. Tra loro si crea appunto un contrasto che supera quello che può essere un mero contrasto anagrafico…

Di fronte a una emergenza di questo tipo ognuno rivela di sé qualcosa. È quel frangente in cui l’essere umano rivela ciò che ha dentro: c’è la paura, la vigliaccheria, il coraggio, il coraggio folle, il coraggio estremo che forse è un coraggio eccessivo, perché può rivelarsi pericoloso. C’è tutto in questo momento. E teatralmente non è risolto, questa è la cosa interessante: noi arriviamo a un culmine di agitazione perché su questa barca la scena è molto concitata, con botte e risposte veloci… poi improvvisamente c’è uno stacco. Non sappiamo cosa farà questo peschereccio, non sappiamo come si comporterà nei confronti nel barcone di disperati che ha davanti. E questo stacco a me sembra molto efficace: non appena avviene, c’è quella che Bloch chiama la “caduta nell’ora”, in quel momento il teatro si sospende e gli attori parlano in quanto persone, non più in quanto attori o personaggi. Parlano di quello che si è appena svolto in scena e lo commentano: dialogano direttamente con gli spettatori. È un momento molto difficile da sostenere teatralmente, però quando funziona è strepitoso. È una forma di straniamento brechtiano portato all’ennesima potenza.

E serve anche un po’ a smontarlo il meccanismo del teatro.

Smontarlo, sì, è la parola giusta. È un po’ come in “House of Cards” quando Kevin Spacey guarda in camera. È un momento di smontaggio, come a dire che tutto quello che abbiamo fatto fino ad adesso è artificio: adesso commento l’artificio che ho fatto e lo commento in una forma che è ancora teatrale, ma che di fatto sta parlando di oggi, di noi, di voi seduti, di voi che ci guardate. È uno smontaggio della scena di prima, perché si rimonta qualcosa che sfugge alla dimensione teatrale e quindi è come se stessimo dialogando in un altro tempo, che non è quello dello spazio scenico.

 

(a cura di Ilenia Carrone) 

Marco Baliani