Nelle infinite peregrinazioni che ci offrono l’immaginazione e poi la scrittura, ci siamo imbattuti in una nave da crociera che solca il Mediterraneo. Torniamo così all’elemento del mare, per noi molto caro, e in questo caso anche ambivalente: da un lato, infatti, la crociera rimanda all’idea del lusso e dello svago; ma, contemporaneamente, è presente anche la dimensione della morte. Una morte che vediamo di continuo in quello stesso mare e alla quale ci stiamo abituando, senza grandi pensieri. L’elemento narrativo della crociera diviene allora affascinante proprio perché vi si incontrano queste due dimensioni: “eccessivo sfarzo” ed “eccessiva morte”. 

È una situazione che stride. Questo pezzo che ho scritto (ancora in forma di canovaccio) non era previsto nella mappa drammaturgica che abbiamo immaginato. Stavo leggendo le poesie della Szymborska che mi affascinano tanto e sempre; a lei piace lavorare sui cortocircuiti spazio-temporali. Nei suoi scritti ragionava appunto sui tanti appuntamenti famosi della storia che si svolgono quasi tutti in quell’attimo di tempo che viviamo anche oggi: in realtà noi attraversiamo lo spazio senza renderci conto che siamo un punctum di un tempo che resta lì. Sempre. E questa era una cosa che diceva anche Saramago: il tempo sta sempre lì, siamo sempre appiccicati allo stesso tempo. Dunque, leggendo la Szymborska, mi sono chiesto quale potesse essere un accadimento che abita in contemporanea uno stesso spazio? A questo ho unito un’altra frase, questa volta presa da “Mentre morivo” di William Faulkner, in cui raccontava di una madre che stava morendo e, in quel momento, sentiva alcune voci che “non smettevano di svanire, non finivano di finire”. NON SMETTONO DI SVANIRE, NON FINISCONO DI FINIRE. È meraviglioso! Avrebbe potuto scrivere che le voci “continuano a parlare”, ma avrebbe semplificato troppo e aridamente asciugato le sfumature. Da qui mi è arrivata l’immagine della nave da crociera che solcava i tanti punti del mare dove hanno gridato e urlato uomini disperati che speravano in un soccorso, che hanno avvistato una nave o semplicemente hanno urlato perché non ce la facevano più, sono morti in mare. Ho immaginato che queste voci fossero ancora lì. E dato che l’immaginazione è un percorso imprevedibile e curioso… in questo processo creativo è entrato anche un vecchio film “Ai confini della realtà”: in un episodio, ricordo che c’era una nave che arrivava in un preciso punto del mare e lì, proprio lì, un uomo che stava a bordo sentiva l’eco del passato, le grida e i suoni del dolore. Si scopriva poi che quell’uomo era morto proprio lì: quei suoni erano una sorta di maledizione e condanna, quel luogo era un inferno in cui era condannato a scontare le sue colpe.

Le persone abitano e vivono luoghi che, un istante dopo, sono svuotati e riabitati e rivissuti da altri uomini e altre donne. Sembra che ogni posto sia abitato continuamente da situazioni che accadono lasciandolo poi quasi intatto…

Apparentemente intatto. E soprattutto quando accade una morte violenta, la quantità di energia che si sprigiona in quel momento resta attaccata al posto. È vero che il mare è un grande inghiottitore di queste cose, però è anche un luogo di memoria; il mare la conserva tutta quella memoria. La donna che sta sulla nave da crociera, passando in un punto di quel mare che sta navigando, avverte qualcosa e questo “avvertire” genera un soprassalto di coscienza. Non di coscienza rispetto ai morti (non li immagina quelli), ma rispetto a sé, una sorta di inquietudine rispetto al tempo che trascorre, quindi alla perdita, alla morte. Questa donna sta in crociera e dovrebbe andare tutto bene: sono i depliants che ha visto prima di partire a rassicurarle una certa felicità. Ma questa crociera va attraversando un camposanto e qui sta l’elemento che stride. In verità, questa è una immagine che in parte viene anche da un altro spettacolo che ho scritto, “Trincea”, dove c’è un soldato che, prima di andare verso una morte inutile in un assalto (già lo sa che andrà a morire) fa questa riflessione: “Quando qui tutto sarà finito, su questo camposanto verranno a farci le gite, verranno a farci le scampagnate”. È quello che noi facciamo quando andiamo a fare le visite ai Forti del Trentino... e poi andiamo in osteria a bere e mangiare... La crociera rappresenta un po’ questo: un cortocircuito che volevo presentare. A te che impressione ti ha dato leggendola?

Mi ha dato proprio l’impressione dei luoghi che continuano a mantenere e trattenere le cose che sono accadute, luoghi che non dimenticano e che continuano ad emanare una certa energia. Ovviamente, in questo caso, è una energia mortale, di oblio, una energia nera che però attraverso queste onde che manda va a intercettare anche la vita di una persona che apparentemente è lontanissima da questo discorso (perché magari è in viaggio di nozze, è in vacanza, per certo non pensa ai drammi della cronaca  di tutti i giorni). Lo stesso, però, c’è una energia che secondo me arriva e che non dobbiamo trascurare come uomini, perché è ancora un residuo di tutto quell’istinto che tentiamo di continuo di governare  nella nostra vita, con la razionalità. E invece questo briciolo di istinto ci porta poi ad affrontarlo quell’argomento, a farne i conti a livello morale.

E la donna infatti lo avverte. E non è un caso che sia la donna ad avvertirlo e non il suo compagno.

 

A cura di Ilenia Carrone

Marco Baliani