“Hiding in the city”, la sua serie più famosa, è nata dopo la distruzione del Suojia Village, distretto artistico a nord di Pechino, zona di studi e appartamenti in cui centinaia di artisti cinesi avevano la propria base di vita e lavoro. Liu Bolin, 43 anni, artista e perfomer della provincia di Shandong, ha focalizzato le sue creazioni sulla questione dell’identità, tema che accomuna tutti gli esseri umani a ogni latitudine. Con lavori che viaggiano sul filo sempre teso della protesta silenziosa, Liu Bolin oramai da dieci anni gira il mondo con il suo team di truccatori e fotografi. Per i suoi scatti ha adottato la tecnica del camouflage: l’artista viene truccato dalla testa ai piedi con gli stessi colori e le stesse esatte sfumature dello sfondo alle sue spalle. Una volta perfettamente “mimetizzato”, l’artista si disperde nell’ambiente, quasi non lo si nota più, camuffato nell’intorno in cui è inserito. Per questo motivo, Liu Bolin si è guadagnato il meritato soprannome di “camaleonte”.

Nei suoi primi scatti aveva denunciato il sopruso subito da parte delle autorità cinesi, ree di avere distrutto il distretto artistico di cui faceva parte: Liu Bolin si era disperso allora dapprima in uno sfondo di macerie e poi sotto a una tettoia mezza crollata, come a lasciare intravedere uno spirito delle cose che non molla e resiste. Famose sono anche le sue “apparizioni” nei supermarket dove si faceva ritrarre davanti a scaffali zeppi di inutili prodotti, in una originalissima denuncia dell’uniformizzazione globale degli usi.

In un linguaggio unico in cui fonde perfomance e protesta, sul finire dell’anno scorso, Liu Bolin è arrivato in Italia, in Sicilia, dove ha dato vita alla sua serie Migrants, incentrata sui processi migratori che dall’Africa vedono partire migliaia di persone ogni settimana verso l’Europa. Per questa serie si è stabilito a Catania dove si è fatto ritrarre davanti al barcone che, nell’agosto 2013, approdò carico di migranti in una delle spiagge più famose del lido catanese: in quell’occasione morirono sei persone egiziane, ma quell’episodio servì a svegliare una coscienza di accoglienza, allora ancora sopita, nella città di Catania. All’interno di Migrants, Liu Bolin include anche l’evoluzione del suo percorso che segue “Hiding in the City” e prende il nome di “Target” (bersaglio): l’artista apre all’ingresso di più persone nello scatto finale, creando vere e proprie situazioni collettive di denuncia. Davvero denso di significato è lo scatto Migrants#4 in cui decine di migranti africani sono stati truccati dello stesso blu della bandiera europea: al centro ospitano una modernissima Pietà di michelangiolesca reminiscenza. Per l’occasione, grazie alla Comunità di Sant’Egidio, hanno collaborato con Liu Bolin, prestando all’arte i propri corpi, decine di migranti provenienti dal Cara di Mineo.

Redazione