La fisionomia dello spettacolo “Human” è puntellata di intuizioni e idee che nel corso dei mesi andiamo sviscerando. La nostra ricerca drammaturgica e poetica si muove tra i tanti punti di vista che la tematica delle migrazioni porta con sé. Accanto alle “persone che arrivano” ci siamo “noi” che abitiamo la terra di destinazione del loro viaggio. All’interno del “noi” ci sono tanti “io”, innumerevoli punti di vista, innumerevoli sguardi. In questo intreccio di relazioni non c’è un’unica sintesi possibile, ma c’è un personaggio che torna e ritorna nella scrittura e che, con modalità molto particolari, riesce a rappresentare un “non detto” che vive all’interno del “noi”.

Questo personaggio lo abbiamo chiamato “la signora non lo dica a me”. I suoi interventi forse ce li riserveremo in progress, nel momento in cui lo spettacolo avrà una forma più precisa; sentiremo quando c’è bisogno drammaturgicamente ed emotivamente di quella rottura. La “signora non lo dica a me” è un personaggio sgradevolmente necessario, se non vogliamo fare la solita retorica, il solito patetismo, il solito buonismo. Avrà il compito ingrato di dire quelle cose che pensiamo tutti, anche i più bravi, buoni e corretti, ma che non osiamo dire. Rispetto alle migliaia di persone che bussano alla nostra Europa, rispetto a quella che tanti chiamano “invasione”, rispetto alla nostra impotenza che diventa rancore, abbiamo voluto racchiudere in questa signora sia la difficoltà di confrontarsi con questa tragedia umana sia la sicurezza che offre il rifugio all’interno di luoghi comuni rassicuranti. Ritengo necessario indagare su queste dinamiche che riguardano il “noi” perché dietro a questo personaggio ci sono i nostri comportamenti, le nostre reazioni e anche le nostre paure. A un certo punto della genesi di questo progetto, avevamo pensato di sottotitolare il nostro spettacolo “Il canto del nostro smarrimento”: non diventerà magari il nostro sottotitolo, ma sicuramente è una cosa che teniamo molto presente. Noi siamo smarriti, siamo a volte spaventati… c’è anche chi cavalca questo spavento e questo smarrimento rendendoci più insicuri e più fragili. A me sembra anche, sempre da un punto di vista poetico e drammaturgico, che quello che ci viene a mancare sia la possibilità di raccontare una nostra epica, la nostra contemporaneità, perché ci sembra squallida, patetica, inutile rispetto all’enormità delle situazioni che queste persone vivono. Anche noi abbiamo le nostre vicende e vicissitudini che nel nostro piccolo possono essere anche gravi: penso a storie di malattia, di perdita, di lontananza, di difficoltà di trovare un lavoro, di essere o avere figli… ma come possiamo pretendere di raccontare queste storie davanti alla drammaticità delle vicende che coinvolgono gli uomini e le donne che arrivano nei nostri paesi? A questo smarrimento io credo che sia eticamente indispensabile dare voce creando un personaggio non proprio simpaticissimo, ma che magari in qualche modo tirerà fuori nel pubblico una riottosa identificazione perché quelle cose lì stanno dentro di noi.

In questo personaggio è racchiusa anche tutta la nostra “appartenenza” al mondo europeo, la nostra visione eurocentrica della situazione.

Apparteniamo a un piccolo pezzo di mondo che si crede ancora decisamente centrale, la Vecchia Europa, così importante, così leader da un punto di vista culturale. È il motivo per cui poi, sacrosantamente, ci indigniamo, ci emozioniamo per quello che è successo a Parigi a novembre, ma non proviamo gli stessi sentimenti quando la stessa cosa è successa tre giorni prima al Cairo e tre giorni dopo a Damasco… perché questa vicinanza, che non è soltanto geografica, ma è culturale, ci fa sentire anche noi in pericolo, anche noi possibili protagonisti di una tragedia. Capisco che possa sembrare cinico, ma credo che valga la pena di provare a indagare anche questi aspetti perché uno degli scopi ultimi di questo testo, di questo spettacolo, sarà quello di ragionare sul “noi” e non sempre soltanto sul “loro”. La “signora non lo dica a me” si presenta dunque come un contrappunto grottesco e per certi versi spietato che ci voleva nello spettacolo proprio per contrastare delle inevitabili punte di drammaticità, di magone, di tragedia, di commozione che inevitabilmente e giustamente avremo. Ovvio, per me è faticoso portare in seno un personaggio almeno parzialmente negativo, ma credo che somigli anche a un mio modo, a un mio stile, ossia una scrittura che usa in modo chirurgico l’ironia (più che il sarcasmo) e magari il grottesco proprio per dire cose che altrimenti sarebbero indicibili o imbarazzanti. Spero funzioni, penso di sì, proprio perché è uno spettacolo corale che tocca temi così cruciali: c’è bisogno anche di questo. Fin dall’inizio ci siamo detti che sarebbe stato uno spettacolo un po’ grottesco, in grado di provocare anche sorrisi sghembi e controvoglia (altrimenti Shakespeare ci insegna che non si può reggere solo la tragedia, c’è bisogno di prendere fiato o di illudersi di prendere fiato perché poi la stilettata arriva da un’altra parte con un altro stile, con un altro linguaggio, con altri tempi drammaturgici e narrativi). È successo anche con “Ferite a morte” che è un testo in cui una serie di donne uccise dagli uomini parlano e raccontano la propria storia. Siccome l’esito delle vicende lo conosciamo, se si usa un linguaggio soltanto drammatico, il pubblico abbassa la saracinesca, alza l’ennesimo filo spinato, non ascolta più, non si fa più sorprendere, sta sulle difensive, non si fa più tirare dentro. Se usi invece linguaggi diversi e inserisci quella che è poi la vita (dove non c’è solo il dramma o la cupezza), allora le cose si intersecano, si alternano e questo accade, peraltro, senza una logica. Mi piace che questa cosa accada anche in scena, come nella vita… portando le cose anche sul piano del “noi”, uno dei motivi per cui mi sono appassionata a questo spettacolo.

 

(a cura di Ilenia Carrone)

Lella Costa