C’è un luogo nel mondo che forse più di tutti ha una valenza simbolica fortissima rispetto alla memoria delle migrazioni. Questo luogo è Ellis Island. Non solo noi italiani, ma migliaia di persone provenienti da tutta Europa, tra Ottocento e Novecento, sono passati da Ellis Island: hanno identificato quel luogo come la fine di un lunghissimo viaggio e l’inizio di una nuova avventura umana.

Ellis Island è nel mio cuore e nella mia mente da molto tempo, da quando – una ventina di anni fa – feci un viaggio a New York. È stata quella la prima volta che sono andata a Ellis Island. E di tutto il percorso pazzesco che si fa in quel luogo, sulla falsariga del percorso che facevano gli emigranti all’epoca, ci sono state moltissime cose che mi hanno colpito. Ho immaginato i grandi cameroni dove le persone che arrivavano venivano fermate e schedate, ho immaginato la quarantena che spesso erano costretti a subire, ho immaginato e mi ha dato dolore immaginare l’insistenza e l’invasività delle visite mediche, delle domande, delle interrogazioni. Tutto questo accadeva dopo settimane di traversata: il viaggio era molto lungo, spesso nessuno era salito a bordo di una nave prima di quel momento; a volte capitava che qualcuno non riusciva nemmeno a terminarla quella lunga traversata. E a volte capitava che a Ellis Island ci fossero famiglie separate, donne sole con i bambini che dovevano destreggiarsi in un mondo che per loro era assolutamente ignoto e lontano da quello da cui provenivano. Ho pensato spesso (anche teatralmente) a mettermi nei panni di una di quelle giovani donne, a pensare a come dovevano sentirsi, al viaggio che dovevano ancora affrontare: non tutti gli emigranti erano diretti a New York, anzi. Molti di loro dovevano raggiungere posti di lavoro o parenti in zone remote degli Stati Uniti; molte donne dovevano andare a sposare qualche emigrato che mai avevano neppure visto. C’era un caleidoscopio così articolato di situazioni che solo la complessità dell’esistenza e delle sue traiettorie può raccontare.

 

Rispetto a Ellis Island, lo spaesamento che provavano le persone che arrivavano era dettato da molti fattori. Non solo quello geografico, quello climatico, ma tra i tanti vi era anche quello linguistico.

Da straprivilegiata donna degli anni Novanta del Novecento mi sono trovata appunto sugli stessi passi di un’infinità di persone che mi hanno preceduta, in condizioni ben differenti. C’è stato un passaggio che mi è rimasto nel cuore. Alla fine di tutto l’iter di visite e interrogazioni, le persone – che avrebbero proseguito il viaggio verso le destinazioni finali – avevano la possibilità di acquistare un cestino da viaggio, scegliendo tra vari tipi di menu e alimenti. Tutto era tradotto nelle differenti lingue: ad esempio, “water” era tradotto in italiano “acqua”, “bread” era tradotto “pane”, “pollo” era tradotto “chicken”, ma “cookies”, che sarebbero i biscotti o i pasticcini, era tradotto come “piccoli pasticci”! Lì mi è venuto il magone, ho pensato a come si poteva sentire definitivamente smarrita una persona che arrivava in un posto in cui evidentemente si faceva uno sforzo (magari per interesse, più che per filantropia) di accogliere le persone nella loro lingua… solo che le persone che parlavano quella lingua non se la ricordavano più, perché non la parlavano più. In quel momento ci si rendeva conto che la tua lingua non sarebbe stata più quella che avresti sentito intorno a te o comunque sarebbe stata alterata, deformata da altre sedimentazioni, da altre lingue appunto, da altre culture. Forse quello era il momento in cui ti sentivi davvero per la prima volta perso. Naturalmente è un’ipotesi romantica o poetica e forse anche non rispettosa della reale tragedia di chi arrivava, però mi sembrava un punto di vista possibile da raccontare in questo nostro viaggio teatrale che non parla soltanto della tragedia della migrazione, ma parla anche di questo nostro modo parziale, incompleto, confuso, contradditorio, a volte inconsapevole, di accogliere chi arriva. E penso a come questo arrivare cambi anche noi, cambi le nostre città: senza volere fare troppe lezioncine, anche da dettagli come questi nascono le enclave di etnie, di nazionalità, di comunità… appunto le comunità italiane, le comunità turche, le comunità afro-americane che poi danno luogo a una vita parallela in un posto in cui comunque non si sentiranno mai veramente a casa. Questo è il motivo per cui ho pensato che questa storia potesse stare bene in questo nostro Human. C’è un esempio diverso, ma simile su cui mi pace ragionare: pensiamo a come ci sentiamo persi nel momento in cui non abbiamo alcun aggancio linguistico, alcuna radice etimologica comune. Pensiamo ai paesi dove esiste un alfabeto differente: i paesi arabi, ma anche quelli dell’Europa del Nord. Penso a cosa deve essere per chi arriva e sente suoni che non riconosce. A me è capitato tempo fa di trovarmi in un ascensore di un grande magazzino; c’erano due ragazze bellissime e altri due uomini che parlavano una lingua meravigliosa. Mi sono incantata ad ascoltare dei suoni che non capivo, ma che percepivo come bellissimi, armoniosi, musicali. Allora ho chiesto che lingua parlassero, mi hanno risposto che erano persiani e che parlavano farsi. È una lingua meravigliosa, ma come si deve sentire uno che arriva e non ha un indizio per capire che cosa vuol dire quel suono costante che senti intorno a te…?

Questo smarrimento linguistico è invece all’ennesima potenza quando le persone che arrivano sono state costrette alla fuga, sono state costrette al viaggio e allo sradicamento… Penso che in un certo senso Babele sia stata la nostra rovina da una parte, se penso alla comunicazione umana, ma anche la nostra infinita ricchezza (il primato delle parole, l’attenzione ai suoni diversi). Non è un caso che in questo nostro testo teatrale frequentiamo molto la poesia che racchiude molto altro, oltre semplicemente al significato dei vocaboli.

 

a cura di Ilenia Carrone

 

 

Lella Costa