“Il mondo dell’arte oggi perde una stella”. È così che lo scrittore Tahar Ben Jelloun ha salutato la scomparsa di Leila Alaoui, la giovanissima fotografa franco-marocchina che ha perso la vita in Burkina Faso, durante gli attentati di Ougadougou dello scorso 16 gennaio, subito rivendicati da Al Qaeda.

Nata a Parigi nel 1982, Leila si trovava in Burkina Faso per conto di Amnesty International: aveva il compito di realizzare un reportage sui diritti delle donne. Nel corso della sua carriera era riuscita ad immortalare tanti volti, tanti sguardi: per questo la chiamavano la “fotografa dell’umanità”. E riguardandole quelle sue foto si intuisce immediatamente che quella definizione le calzava a pennello. Uno dei suoi percorsi più intensi è quello dal titolo “Les Marocains”: un progetto dalla semplicità disarmante, un approccio alla fotografia totalmente puro e profondo. Per realizzarlo, Leila aveva girato il Marocco arrivando nei suoi angoli più rurali, fin nelle campagne più sperdute. Aveva incontrato centinaia di persone, capitribù, donne, uomini, bambini, anziani e a ognuno di loro aveva proposto di essere ritratti in uno studio mobile che lei stessa aveva allestito alla buona. Le fotografie di quel progetto sono tutte su fondo nero: sono i soggetti che interessano, sono i volti e le rughe, le cicatrici, gli abiti che raccontano le esistenze. Non l’intorno che abitano.

“Les marocains” rappresenta l’essenza del lavoro di Leila, un ritorno anche alle sue origini personali: attraversare il Marocco in lungo e in largo ha significato ritornare a quel mondo che le apparteneva e che non aveva dimenticato, nonostante il crescente successo che andava riscuotendo. Le sue foto erano state scelte da importanti testate internazionali, tra cui il New York Times, Le Soir e Vogue. Oggi ci restano quelle fotografie di Leila, un sito internet in cui vedere dove era arrivato il suo obiettivo, una pagina Facebook e numerose citazioni in rete. È una scomparsa davvero troppo prematura, spiazzante. Come spiazzante è rivedere oggi quel reportage fatto in Libano nei lunghi mesi passati laggiù nei campi dove migliaia di profughi siriani avevano trovato rifugio. 

Redazione