Mi sono chiesta che cosa potrebbe pensare di questa immagine chi la veda senza sapere la storia che c'è dietro. Forse a uno stratagemma per attirare turisti recalcitranti. Oppure a una comunità di fabbri ferrai che – giustamente - volesse affermare con orgoglio la propria eccellenza. O di architetti innamorati del sogno di ricreare “Le città invisibili” di Calvino. O comunque a una qualche forma di messaggio rivolto al mondo, al fuori.

Il senso di questa immagine, invece, sta tutto dentro: è il codice segreto che unisce e affratella coloro che, dietro quella porta ad arco, ci vivono. Non per scelta. E forse non per sempre. Ė questa la storia che racconta quella chiave.

Aida in realtà non è una vera città, un luogo scelto e fondato  da qualche manipolo di pionieri in qualche epoca piú o meno lontana. Nessuno si è innamorato di quel paesaggio, nessuno ha pensato che lì i suoi figli e i figli dei suoi figli avrebbero vissuto vite felici. Nessuno ha ricamato casa-dolce-casa su cuscini e copriteiera, nessuno ha composto canzoni per dire “questa terra è la mia terra”.

Aida è un campo profughi. I suoi abitanti - le generazioni di suoi abitanti, ormai - per definizione dovrebbero, avrebbero dovuto essere transitori. E invece.

 

Ma hanno deciso di non arrendersi all'idea che non avrebbero mai più rivisto le loro vere città, le loro vere case, hanno fatto delle chiavi il loro simbolo: e le conservano tutte. Chiavi di portoni e cancelli, di piccoli scrigni, di cantine, di cassette e cassettine. Chiavi di lucchetti, di catene, di biciclette. Di diari segreti, di dispense, di scrivanie. Di armadietti, stipi, casseforti, bauli, valigie. Chiavi di case. Le chiavi di casa.

 

 

 

Lella Costa