Alcuni luoghi più di altri rappresentano ancora ferite aperte nella nostra identità nazionale, nel bene e nel male. Marcinelle è uno di questi. Il disastro che ebbe luogo a mille metri di profondità in una miniera di carbone del distretto di Charleroi, in Belgio, compirà sessanta anni il prossimo agosto. Un banale errore umano, unito a condizioni precarissime di sicurezza sul lavoro, scatenò un terribile incendio sottoterra e diede vita a una delle più drammatiche stragi in miniera che si ricordino: persero la vita al Bois du Cazier 262 persone, di cui 136 italiani.

Sono stati sessanta lunghissimi anni per chi rimase orfano o vedova in quella circostanza: famiglie intere sradicate dalla propria terra di origine, accompagnate a migliaia di kilometri di distanza, fatte vivere in condizioni igienico-sanitarie indecenti e private, a un certo momento, del loro capofamiglia, nonché unico lavoratore e fonte di sostegno per la famiglia intera. Erano i nostri migranti. Erano i nostri connazionali. Qualche anno prima del boom economico che investì il nostro paese, il governo italiano strinse un accordo commerciale con il Belgio che prevedeva l’invio di manodopera non specializzata in cambio di un ritorno sotto forma di materiale combustibile. Uomini per carbone, in poche parole. Questo servì all’Italia per alleviare la piaga della disoccupazione che colpiva ogni regione e per rispondere alla domanda crescente di risorse energetiche. Il Belgio, invece, sopperiva alla mancanza di braccia per gestire il tesoro che portava nel sottosuolo.

A Marcinelle si arrivava con il treno: dopo il disbrigo delle pratiche burocratiche, nella stazione di Milano Centrale gli aspiranti minatori dovevano superare approfondite visite mediche e poi via verso il Belgio. Una volta arrivati, altri medici ispezionavano i nostri compatrioti e la mattina dopo giù in miniera. Non deve essere stato facile per loro: chi veniva dal Veneto, chi dalla Sicilia, chi dall’Abruzzo, gente che aveva solo lavorato la terra per tutta la vita… in un attimo ci si trovava in un ascensore che scendeva fino a mille metri di profondità, una torcia in mano e un piccone. Non c’era spazio né per il disagio né per la paura. Infognati laggiù, gli operai lavoravano e lavoravano, costruivano giorno dopo giorno una loro identità basata solo su quella realtà parallela che vivevano nelle viscere della terra. Una volta risaliti, le dure condizioni di vita, il razzismo dei cittadini belgi, la difficoltà dell’inserimento nella nuova società rendevano l’esistenza piuttosto triste e la lontananza da casa ancora più insopportabile. I lavoratori di Marcinelle furono ospitati in quelli che erano stati solo qualche anno prima i lager tedeschi e questo certamente non giovava all’umore (sulla vita quotidiana prima del disastro vi consigliamo di leggere la meravigliosa raccolta di testimonianze di Paolo Di Stefano, uscita per Sellerio).

La “catastrofa” dell’8 agosto 1956 cambiò tutto. Il sacrificio dei lavoratori italiani segnò in un certo senso il punto di non ritorno. La miniera di Marcinelle, una delle più pericolose di tutto il Belgio, lentamente fu svuotata dai corpi delle vittime: un recupero lento dovuto anche agli errori dei soccorsi e al ritardo con cui questi si misero in moto. Anche il Re del Belgio arrivò sul posto in quei giorni, a testimonianza dell’inedita gravità della situazione. Le donne piangevano ai cancelli. I bambini, futuri orfani di padre, ricordano la tensione, le urla, il presentimento che qualcosa di tragico era accaduto e che l’esistenza da quel momento non sarebbe più stata la stessa. Per giorni e giorni le famiglie non ebbero risposte, fino a che lentamente quei corpi, gonfi di acqua, avvolti in sacchi, vennero riportati in superficie. Il riconoscimento avvenne solo grazie a oggetti personali, una collanina, un orologio.

Di colpo, gli italiani smisero di essere i “macaronis”; divennero “les copains”, i compagni: attraverso il sacrificio di Marcinelle sembrava che gli italiani acquisissero finalmente una loro dignità in Belgio, i bambini belgi iniziarono a giocare con quelli italiani, le donne belghe iniziarono un (seppur tiepido) avvicinamento a quelle italiane, molte delle quali decisero di rimarsene là. Ma che dignità è quella acquisita attraverso la morte? Non è forse quella stessa dignità che ha acquisito il piccolo Aylan, il bambino siriano annegato nelle acque turche, la cui foto fece il giro del mondo solo qualche mese fa?

 

Redazione