Un film universale, una collezione di ritratti raccolti in giro per il mondo, un universo di persone di ogni colore e storia accomunate da un’unica immensa categoria: l’appartenenza al genere umano. Si chiama “Human” ed è l’ultimo film-documentario di Yann Arthus-Bertrand. È stato girato nell’arco di due anni e ha toccato 63 paesi diversi nei cinque continenti. È un omaggio alla vita, al fatto di essere su questo pianeta e di non essere soli, ma di essere una delle comunità più imponenti ad abitare questa Terra. “Human” è stato presentato nel settembre scorso al Festival del Cinema di Venezia e all’Assemblea delle Nazioni Unite, per la prima volta trasformata in un enorme cinema. In questi giorni è arrivato anche nelle sale italiane (e una versione ad hoc è disponibile su Yotube, in un montaggio ad hoc).

“È il film della mia vita” ha dichiarato il regista che si è trovato a organizzare un materiale umano a dir poco sconfinato, tratto da oltre duemila interviste realizzate. What make us HUMAN? Cosa ci rende umani? È un filo rosso che attraversa il documentario e riguarda tutti noi, svestiti delle differenze che hanno disegnato l’ingiusto ordine mondiale in cui viviamo. Le scelte del regista sono andate nella direzione di una semplicità sconfinata e sorprendente: non c’è nessuna finzione scenica, tutti gli intervistati sono ripresi in un largo primo piano, hanno alle spalle un fondo nero, nessun elemento a distrarre dalle loro voci. Uomini e donne raccontano le loro vite, le esperienze, i particolari episodi che li hanno cambiati. Rivedono il loro passato, viaggiano nel loro vissuto e restituiscono brevi racconti che partono dal cuore, si mettono a nudo. Ed è come se guardassero negli occhi lo spettatore; a volte sono occhi di fuoco che hanno esperito i dolori più terribili, sono sofferenti, gonfi di lacrime, altre volte sono occhi che raccontano la felicità, la meraviglia dell’essere al mondo.

“Human” è un film sull’amore, sull’amore possibile e sulle possibilità dell’amore che potrebbero invadere il mondo. In un certo senso si presenta anche come un film sulle occasioni perdute e sulle cose belle che ci lasciamo sfuggire dalle mani, distratti da ciò che dovrebbe essere secondario. Come spettatori siamo messi alle strette: gli intervistati stanno parlando a ognuno di noi, come se fossimo seduti a un tavolino; c’è anche uno straordinario Pepe Mujica ad esortarci: “Ehi tu, non perdere il tuo tempo, non lasciarla andare questa vita”. Non c’è, però, solo l’amore. Il lavoro di Yann Arthus-Bertrand passa anche attraverso la sofferenza degli esseri umani: il senso dell’uccisione di altri uomini o donne (e di conseguenza l’incomprensibilità della guerra), la perdita di un figlio, la malattia e la disabilità, la discriminazione e la violenza, l’infanzia rubata a bambini che nascono già adulti, il commercio di esseri umani. Sono tante le tematiche che vengono toccate e che riguardano la nostra esistenza a ogni latitudine. E da ognuna di queste scaturiscono episodi e storie. Diventiamo in un attimo testimoni delle cicatrici visibili e invisibili che le persone si portano dietro: siamo di fronte alle “vite degli altri”, ci rendiamo di colpo conto che l’Altro sta accanto a noi, lì vicino, siamo parte di un’unica specie, anche se le esistenze seguono andamenti molto diversi. E questo essere lucidamente posti di fronte al corso della vicenda umana in tutta la sua interezza è il grande dono di questo documentario immenso. Il dono è anche un altro: quello di esplorare la ricchezza della varietà umana, quell’essere tutti diversi, ma simili, numerosi ma unici.

Ad intermezzare il corso dei racconti ci sono le immagini di una Natura enorme che ci sovrasta. Le riprese dall’alto curate da Yann Arthus-Brertrand sono emozionanti: ci restituiscono le forme di geometrie naturali straordinariamente belle. Vediamo anche le interazioni dell’uomo con l’habitat in cui è immerso: persone che hanno ancora un rapporto viscerale con la terra, la coltivano e la amano come si amano i figli, carovane che attraversano lande sconfinate alla ricerca della stagione buona, grattacieli altissimi dove migliaia e migliaia di uomini e donne stanno incastonate in uffici e appartamenti come fossero api in un alveare. Non la vediamo più la Natura, sembra dirci “Human”, non li vediamo più gli stormi di uccelli che passano sopra le nostre e disegnano le forme di costellazioni lontane; non lo vediamo più l’Altro. Abbiamo smesso di curare la nostra Specie. 

Redazione