Al Teatro Verdi di Pordenone, qualche giorno fa, abbiamo presentato un vero e proprio preludio di quello che sarà il nostro spettacolo “Human”; un preludio dal titolo “Il canto dei profughi”. È stato un modo per misurarci con quello che stiamo immaginando da mesi. Quel che è avvenuto a Pordenone è che il pubblico ha visto accadere qualcosa, il farsi di un evento ancora in fieri.
Emanuela Furlan, la direttrice del Teatro di Pordenone, mi diceva che la cosa incredibile, secondo lei, era che eravamo stati in grado di fare una specie di lezione di teatro facendo vedere come si monta uno spettacolo. Questo è avvenuto senza che io e Lella ci dessimo una struttura o uno schema, siamo andati avanti improvvisando, solo ogni tanto leggendo un frammento di testo. È stata una performance. Così ho potuto intuire che lo spettacolo ancora da fare ha già una sua compiutezza immaginifica, e che l’affiatamento tra me e Lella sarà una dei punti di forza su cui agire nelle prove. Una donna, all’uscita, mi ha detto che la cosa che l’aveva colpita era quell’andamento “su e giù” del racconto, senza mai un solo elemento di retorica orizzontale. Una bella sintesi. È vero che la retorica si dispone in un orizzonte compiuto e risolto, sempre chiude il cerchio. Qui invece il cerchio non si chiude mai, devo far tesoro di queste osservazioni, l’altalena tra alto e basso, anche nel linguaggio, va mantenuta e anzi esplicitata ancora di più, non dobbiamo mai dare allo spettatore la possibilità di adagiarsi in una convenzione percettiva.

E poi come sempre accade quando racconto qualcosa che ancora non esiste in una forma compiuta, l’atto stesso del narrare mi costringe a cercare soluzioni “volanti”, di pura intuizione, una sorta di erranza che permette di catturare un passaggio, un attraversamento, e proprio arrancando a cercare parole per dire un’immagine… ecco che l’immagine diventa più nitida e comincia a stagliarsi. Questo è accaduto a Pordenone durante la performance e questo stato di non compiutezza ha fatto sì che lo spettatore fosse allertato di più, sentisse empaticamente che ci doveva aiutare a completare l’incompleto. Se riuscissimo a trasformare questo stato di fibrillazione anche nello spettacolo sarebbe un bell’esperimento, vedremo.

Intanto ci portiamo a casa la sensazione che il percorso intrapreso è già scenicamente pregnante, mica è poco, è tantissimo.

Marco Baliani