A distanza di pochi mesi da Un uomo bruciato vivo, Dario Fo torna a interrogarsi sulle vicissitudini del genere umano e lo fa recuperando una storia poco conosciuta del Novecento. Razza di zingaro, uscita a metà gennaio per Chiarelettere, racconta di Johann Trollman, straordinario atleta di origine sinti divenuto protagonista della boxe tedesca degli anni Venti e Trenta del Novecento. 

La scrittura di Dario Fo ci riporta a quella Germania di Weimar, fucina di sperimentazioni politiche all’indomani della Prima Guerra Mondiale. La famiglia Trollman vive ad Hannover; non ha dimenticato la propria origine sinti e le usanze della tradizione, gelosamente conservate e tramandate di generazione in generazione. Quasi per caso, nel 1914, Johann inizia a frequentare la scuola di boxe della città e subito viene notato per il talento innato nel combattere e nel destreggiarsi sul ring. Il suo stile è particolare e colpisce chiunque soffermi lo sguardo su di lui: i suoi movimenti sul ring sembrano una danza, i suoi passi assomigliano a quelli di un ballerino e lo portano ad essere veloce e irraggiungibile dai colpi degli avversari. Il suo stile gli varrà il nomignolo di “pugile danzante”; ai suoi incontri decine di ragazzine fanno il tifo per lui, ammaliate non solo dal suo modo di combattere, ma anche dalla sua bellezza olivastra, da quei tratti orientali e affascinanti. 

Sul finire degli anni Venti, il talento di Johann Trollman non ha eguali in Germania, né per capacità, né per originalità. Il successo arriva all’improvviso, fino a portarlo sul podio dei campionati nazionali. Ma qualcosa va storto e repentinamente quel suo stile inconfondibile diventa ingombrante per quel regime nazista che, giorno dopo giorno, va precisando la sua politica razziale e un nuovo corso per la Germania. Un campione di boxe di origine sinti stride con quella idea di purezza della razza ariana che va via via spaventando l’intera Europa. La carriera di Johann vira rapidamente verso una disgrazia ingiusta: viene tagliato fuori dalla corsa alle Olimpiadi e gli viene ritirato il titolo di campione tedesco dei pesi mediomassimi. Con amarezza e rifiutando una possibilità di espatrio verso gli Stati Uniti, Johann è costretto ad arrendersi all’idea che il talento non basta a convincere quelle nuove autorità che, anzi, lo porteranno a morire, sbeffeggiato e umiliato, in un campo di concentramento nel 1943. 

Razza di zingaro, con quel suo amaro epilogo, ci riporta senza mediazioni ai giorni nostri, al razzismo della nostra “moderna” Europa. È una metafora che serve all’autore per parlare di oggi: Fo sembra dirci quanto ancora non siamo in grado di accettare le differenze che esistono all’interno del genere umano, quanto la nostra strada di convivenza umana debba superare ostacoli che la Storia ci ha già presentato e di cui fatichiamo a tenere conto. Non abbiamo imparato dalla Storia: non ne abbiamo colto le lezioni drammatiche, non abbiamo ancora fatto tesoro degli errori catastrofici che hanno trasformato il Novecento nel secolo più sanguinoso di tutti i tempi. Per Fo, raccontare la storia di Trollman significa raccontare l’epilogo delle minoranze che, molto spesso, non essendo tutelate a sufficienza, rischiano di finire del mirino del razzismo più feroce. 

Il 2015 ha visto arrivare alle frontiere europee circa un milione di persone in cerca di un rifugio da guerre e devastazioni. L’Europa ha provato una strada di accoglienza che si sta rivelando farraginosa e impervia; un’altra parte di Europa sta invece agendo concretamente per la chiusura delle proprie frontiere, costruendo muri, militarizzando i confini e conducendo il Vecchio Continente in una regressione senza precedenti nella storia dell’integrazione europea. Eppure qualcosa che ci colpisce ancora ci deve essere: chi bussa oggi alle nostre frontiere assomiglia moltissimo a noi, vestono come noi, spesso hanno un cellulare e un account Facebook, la loro pelle è poco più scura della nostra. Guardano a noi come i nostri nonni e avi hanno guardato alle frontiere americane, argentine, nordeuropee: con un filo di speranza negli occhi, con un pensiero in testa, unico: “comunque meglio la fuga che morire bombardati”. Siamo uguali eppure non sembrano toccarci troppo: anche Johann Trollman era uguale ai suoi concittadini, integrato perfettamente in una terra che abitava da generazioni. Eppure nessuno li ha difesi e via via gruppi specifici come ebrei, rom e omosessuali sono stati silenziosamente marginalizzati ed eliminati dalla società tedesca del tempo. Con una accurata ricostruzione storica e con una scrittura leggera e scorrevole, Dario Fo, il Premio Nobel più geniale e originale che il nostro Paese abbia mai avuto, ci mette sotto il naso una storia piccola che, in quell’intrecciarsi con la Grande Storia, dovrebbe farci aprire gli occhi e abbattere quel muro mentale che non ci stanchiamo di alzare tra noi e gli altri, un esercito di johann trollman alla ricerca di protezione. 

Redazione