È stato uno dei grandi padri della letteratura africana. Chinua Achebe ha regalato meravigliose pagine tradotte in cinquanta lingue ed è riuscito nell’intento di portare l’Africa in giro per il mondo, facendo uscire l’Africa dall’Africa. La scelta di utilizzare la lingua inglese fu criticata da molti al tempo, ma d’altro canto servì da passepartout, nonostante fosse un inglese profondamente influenzato dalle radici linguistiche di Achebe. Lo scrittore nigeriano ha raccontato un Continente dalle numerose cicatrici, in primis quelle della dominazione coloniale, ma ha anche voluto dare forma alla visione di una Africa e di una identità africana che sapessero prescindere dall’impostazione eurocentrica dominante.

A distanza di tre anni dalla sua scomparsa, viene da chiedersi cosa avrebbe pensato della situazione attuale, di questo processo migratorio nuovo e massiccio, di quelle migliaia di persone che ogni giorno abbandonano il proprio villaggio di origine e partono per un viaggio che non si sa quanto durerà e che li porterà (se tutto va bene) a varcare le porte dell’Europa. Viene da chiedersi anche cosa avrebbe pensato dei nostri pregiudizi e della diffidenza, antica e attuale.

Molto colpito e toccato dalla Guerra del Biafra del 1970, Chinua Achebe scrisse una poesia dal titolo “Refugee. Mother and Son” che oggi vogliamo riproporre nella sua struggente attualità. Qui Achebe disegna i tratti di una umanità universale, quella colpita dal dolore più grande della perdita di un figlio.  

 

MADRE E FIGLIO PROFUGHI

 

Nessuna Madonna con Bambino poteva eguagliare

quell’immagine di tenerezza di madre

per un bambino che presto doveva dimenticare.

L’aria era pesante di odori

di diarrea di bambini non lavati

con costole slavate e sederi prosciugati

in lotta con passi affaticati dietro vuoti ventri rigonfi.

Molte lì hanno da tempo cessato

di preoccuparsi, ma non quella madre,

che manteneva tra i denti un sorriso spettrale,

e negli occhi il fantasma dell’orgoglio materno

mentre gli pettinava i capelli rugginosi

rimasti sul cranio, e poi,

solo negli occhi cantando, iniziò

a ripartirli adagio… In un’altra vita

questo sarebbe stato un piccolo atto quotidiano

privo d’importanza tra colazione e scuola;

ora lei lo faceva ponendo fiori

sulla minuscola tomba del bambino.

Redazione