Ormai in dirittura d’arrivo, Human si presenta, si espone, e accetta il rischio dello sguardo altrui, l’unica cosa che conta davvero in teatro. Finora siamo stati dei carbonari intenti a trasformare alchemicamente emozioni in gesti, parole in suoni, luci in linguaggio, ma in forma esoterica, con me che uscivo ed entravo dalla scena cercando di esser al contempo regista e attore, una situazione che per dirla alla toscana ‘non mi garba punto’, troppa schizofrenia. L’altro ieri nella filata mi sono perso più volte il mio testo perché sto sempre a notare le piccole cose che ancora si possono cambiare, correggere, migliorare, per cui mentre dico il testo penso che dopo devo dire a Luigi o a Lella che in quella scena o in quell’altra si potrebbe… e così via, solo quando sono fuori scena, in quinta, in attesa di entrare nella prossima situazione, allora mi rilasso, ma anche lì continuo a fare il regista, mi annoto le indicazioni da dare a prova finita. E capita allora che quando tocca a me mi sono dimenticato di entrare, come succede nei peggiori incubi dei teatranti. Comunque so che quando ci saranno un po’ di occhi e orecchie estranee, poi il mio corpo si darà da fare, e darà il meglio, a che prezzo in termini di stress e tensione non lo so, me lo comunicherà qualche giorno dopo con acciacchi e dolori in giunture, stomaco e reni. Ma intanto un mese di vita è trascorso dentro questo teatro Massimo, accogliente ed efficiente, e conta molto sentire che non siamo da soli, che anche i più lontani uffici sono con noi, che vedranno l’opera per la prima volta ma che hanno già annusato nel mese trascorso le particolari spezie di cui è intriso. 

Mi capita in scena, specie all’inizio, al debutto e poi nelle prime repliche di cadere nella trappola comune a tutti noi attori e attrici, quella di cercare in tutti i modi di ripetere la scena come era venuta bene quella volta lì, nelle prove, quella volta che avevamo azzeccato quasi tutto, che corpo mente sentire e dire azione e sguardo erano giusti, e quindi, nell’artificio più totale, assolutamente veri.
E mi accanisco a cercare quella strada così da avere un ancoraggio certo, un approdo sicuro, così la mia barca va in porto, riprendendo le manovre corrette per ormeggiarsi nel personaggio. È un fatto animale, siccome siamo animali, con l’unica differenza, non piccola , che sappiamo  e pensiamo di esserlo, anche noi biologicamente tendiamo a risparmiare energia, cerchiamo di non dissiparla. Ne abbiamo già sprecata tanta per acchiappare quella immagine di noi che ora istintivamente vorremmo adagiarci sul già fatto, già acquisito, già faticosamente raggiunto.
È del tutto naturale il mio istinto alla conservazione, perché dissiparmi ancora? E invece l’esperienza mi insegna che tocca rifare tutto da capo, che se sto a fissarmi sul sentiero  già esplorato non raggiungerò mai la meta, e che solo sprecando altro me stesso posso ritrovare, mai quella scena lì, ma qualcosa di simile e forse, se insisto, anche di più bello e necessario. Solo che è così faticoso questo procedere contro natura che a volte mi viene meno la speranza, in più nessuno lo sa di questo mio eroismo segreto, nessuno immagina la quantità di vita in più che serve per farne su una briciola, se va bene, mai una pagnotta intera. E non mi consolo dicendo che questa è l’arte, sempre, qualunque sia lo strumento usato. Non vedo l’ora di arrivare a quel punto delle repliche che il corpo sa già tutto, va, vive e io me lo posso gustare da fuori, stando al contempo dentro, e scoprendo anche lì che con un piccolo scarto di altro spreco energetico, si può ancora cambiare un gesto, una intonazione, uno sguardo.

Marco Baliani