È dall’orrore e dalle devastazioni del secondo conflitto mondiale che nasce un codice etico di importanza storica: la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, documento promosso dalle Nazioni Unite e firmato a Parigi il 10 dicembre 1948.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è stato il primo documento giuridico a sancire universalmente (cioè in ogni epoca storica e in ogni parte del mondo) i diritti che spettano all'essere umano. Una attivissima Eleanor Roosvelt fu a capo della Commissione che ebbe il compito di discutere e stilare i contenuti della Dichiarazione. Fu lei poi a presentare al mondo intero i 30 articoli (anticipati da uno straordinario Preambolo) che avrebbero, da quel momento in poi, stabilito un nesso forte, imprescindibile, tra chi governava e chi era governato.

La grandissima novità di questa Carta è la sua caratteristica di “universalità”: i diritti enunciati spettano a tutti gli esseri umani, in ogni parte del mondo e in ogni epoca storica: spettano all’uomo in quanto tale, senza nessun tipo di distinzione o discriminazione, a differenza di altre carte di diritti che erano state formulate nel corso dei tre secoli precedenti. Da quel 10 dicembre, quasi settanta anni fa, il rispetto della Dichiarazione avrebbe permesso al mondo postbellico di mantenere uno stato di pace e fratellanza tra tutti i popoli, evitando conflitti e guerre che avevano già provocato troppe morti e distruzioni.

Nel giorno dell’anniversario vale la pena porsi qualche domanda e su questo riflettere. Sono davvero diventati universali i diritti di questa Dichiarazione? Valgono davvero per ogni essere umano di questa pianeta? Possiamo realmente considerarli una conquista effettiva? 

Redazione